Yellow kid pistolero

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Yellow Kid, pistolero infallibile e senza scrupoli, dalla pelle giallastra, ci racconta la sua vita avventurosa nel selvaggio West, tra Guerra di Secessione, futuri presidenti degli Stati Uniti d’America, ricchi proprietari terrieri, rapine, sparatorie, sbronze, gioco d’azzardo, circhi itineranti, miniere d’oro, schiavi neri, indiani ribelli, amori mercenari, morti e rinascite. Ma chi si cela realmente

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  • Genere:
  • Pubblicato:
    07 marzo 2019
  • Tipologia:
    Stampato
  • Lingua:
    Italiano

Panoramica

Il Libro

Yellow Kid, pistolero infallibile e senza scrupoli, dalla pelle giallastra, ci racconta la sua vita avventurosa nel selvaggio West, tra Guerra di Secessione, futuri presidenti degli Stati Uniti d’America, ricchi proprietari terrieri, rapine, sparatorie, sbronze, gioco d’azzardo, circhi itineranti, miniere d’oro, schiavi neri, indiani ribelli, amori mercenari, morti e rinascite. Ma chi si cela realmente dietro il personaggio pubblico? Da dove proviene e perché ha quella strana carnagione? Solamente i suoi lettori lo verranno a sapere.Yellow Kid, pistolero infallibile e senza scrupoli, dalla pelle giallastra, ci racconta la sua vita avventurosa nel selvaggio West, tra Guerra di Secessione, futuri presidenti degli Stati Uniti d’America, ricchi proprietari terrieri, rapine, sparatorie, sbronze, gioco d’azzardo, circhi itineranti, miniere d’oro, schiavi neri, indiani ribelli, amori mercenari, morti e rinascite. Ma chi si cela realmente dietro il personaggio pubblico? Da dove proviene e perché ha quella strana carnagione? Solamente i suoi lettori lo verranno a sapere.

Capitolo 1

Yellow Kid
L’America mi è casa. Presa in tutta la sua interezza.
Il suo cielo terso e trasparente è il mio tetto tinteggiato del colore della carta da zucchero. Quando scende la sera è una tettoia buia crivellata di buchi di luce che mi copre la testa e lo Stetson color panna che mi protegge i riccioli biondicci.
Le praterie e i deserti di roccia sono l’assito su cui faccio trottare gli zoccoli ferrati di quella vecchia tiratardi della mia Sloppy Lu oppure ci lascio scorrere sopra i miei speroni scintillanti o ancora, quando sono in vena di sdolcinatezze, la pianta dei miei piedi scalzi, fischiettando meditabondo in giro per questa grande nazione.
Tutti gli americani mi sono fratelli: quei protestanti bianchi come la pancia di un pesce, coi loro occhi chiari e i ciuffi color del grano, come pure i negri e i musi gialli e i pellerossa. Io sono figlio di questa prospera terra, affratellato a tutti loro. Vivo tra gli yankee, ho il naso camuso e la testa riccia degli ex-schiavi, la carnagione gialla come un limone pallido di quei mandarini dai baffi spioventi che mandano avanti le lavanderie nelle grandi città. Sono un prodigio umano. La natura volle riassumere in me la quintessenza dell’uomo nuovo, del vero cittadino americano. E non importa poi se ne stendo qualcuno ogni tanto coi ferri da tiro che mi pendono ai fianchi: capita qualche baruffa tra fratelli, l’importante è non portare rancore… Anche in questo, a ben guardare, resto un perfetto americano: quando devo fare fuoco su qualcuno non bado a razza, colore della pelle o credo religioso. Per me, e per i miei vivi di volata, sono tutti uguali identici, da quel punto di vista…
Le argentee file di conifere, le lunghe cordigliere color mattone, i grandi laghi placidi, totalmente indifferenti alla mia presenza, come a quella di qualunque altra anima cui capiti di tragittarci affianco, sono i testimoni silenti del mio passaggio, mentre mi sposto di città in città, di stato in stato, coprendo distanze sfiancanti il più delle volte. Il paesaggio mi riempie gli occhi, ma a lungo andare la monotonia del circondario mi assale di colpo, come fa alle spalle un apache in cerca di scalpi, ed è poi dura scacciarla.
Ecco perché ho deciso che, per ammazzare un po’ il tempo, mentre mi sposto da un punto A ad un punto B nella ininterrotta ricerca di sbarcare il lunario ogni santo giorno che il Signore manda su questa sua terra benedetta, vi rifischierò un po’ della mia vita. Io intratterrò voi e voi mi farete compagnia in queste noiose cavalcate. Di tanto in tanto, se vi va, ci si può concedere una sosta, all’ombra di qualche albero centenario, per girarci una brasca da spartire tra amici, mentre ci si ripulisce la gola dalla polvere del viaggio con una bella sorsata dalla fiaschetta…
Tanto per cominciare, piacere di conoscervi, chiamatemi pure Yellow Kid, come fanno un po’ tutti. Qual è il mio vero nome? Ah, boh, neanche quella grassa chiappona di mia madre se lo ricorderebbe, se riusciste a scovare in che buco si sia ficcata apposta per chiederglielo.
Questo nomignolo mi fu appioppato durante la guerra civile, e mi è rimasto addosso come una seconda pelle, anche ora che sono trascorsi più di vent’anni da che l’Unione stracciò i Confederati, e io decisamente non sono più un kid…“Yellow”, va da sé, per via della mia carnagione di un colorito che dà insolitamente sul giallognolo, come potrete notare.
Fu proprio durante la Guerra di Secessione che mi impratichii col bang-bangal fulmicotone che mi ha reso celebre. A dirla tutta, non entrai nel conflitto con mire da eroe, tanto meno da idealista: fosse stato per me, quel branco di negri avrebbe anche potuto restarsene legato alla catena almeno sino al giorno di Giosafat. La maniera in cui mi ritrovai tra le fila degli unionisti fu di fatti piuttosto curiosa, non c’è che dire: quel giorno me ne stavo bel bello a pescare rane per rogge e specchi d’acqua, come mi capitava spesso di fare nei lunghi e afosi pomeriggi estivi.Ero poco più di un marmocchio allora. Per tirare su qualche spicciolo girellavo per le campagne, agguantavo i batraci più grassi e li trapassavo ancora vivi per la pancia col fil di ferro che tenevo sopra i fianchi a mo’ di cintura, noncurante della gracidante agonia di quei trofei infilzati tutto intorno al mio girovita. Le rane finivano quasi tutte sulla tavola perennemente imbandita di Papa Emsworth, il più grande coltivatore di cotone di tutto lo stato del Mississippi. Me le pagava un nichelino al pezzo. Era uno spettacolo vedere quell’uomo colossale ingozzarsi di rane sulla sedia a dondolo da cui non alzava quasi mai quel suo deretano sfondato a causa dei ricorrenti attacchi di gotta: si faceva portare lì accanto un secchio di latta pieno sino all’orlo di zampe di rana fritte da Henrietta, la vecchia cuoca negra che a suo tempo gli aveva anche fatto da balia, attaccandolo alle sue grosse poppe gonfie di latte, così da preparare il terreno per quella enorme palla di lardo che sarebbe diventato già prima dei trent’anni.
Papa Emsworth raccoglieva il secchio da terra e lo sollevava ben alto sopra la faccia, con la bocca aperta, la pappagorgia tesa come il collo di un’oca, per farci entrare dentro le zampe di rana lì contenute, quasi senza masticare. Ne agevolava la caduta, dritta nella sua larga gola, con cadenzati colpetti contro il secchio, che accompagnavano l’intera durata del pasto con il loro ritmo metallico.
Più di una volta era capitato che un ossicino di anfibio, sfuggito alla pressa dei molari, gli si conficcasse nel gargarozzo, di traverso, ostruendo la libera discesa di quella mostruosa scorpacciata di rane sino a bloccargli in poco tempo il respiro. In quei casi, tutt’altro che infrequenti, l’“esercitazione anti-soffocamento” – come vi si alludeva in gergo tra la bassa manovalanza agli ordini del grassone – negli ultimi tempi era stata ormai messa a punto: se le prime volte la povera Henrietta, visibilmente allarmata, era corsa sino al patio a sbraitare e chiamare aiuto, ultimamente si limitava solo più a sporgersi da una finestra che dava sulle piantagioni e zufolare, coi due indici spinti dentro gli angoli della bocca, una serie da tre fischi. Quello era il segnale.
Gli schiavi maschi, con passo indolente, si avviavano verso la villa padronale, sapendo già quale scenario li attendesse: c’era Papa Emsworth nel centro della sala da pranzo a divincolarsi sulla sua fedele sedia a dondolo, emettendo uno scricchiolio legnoso che si combinava sinistramente col rumore liquido che le risacche di grasso penzolanti dal suo corpo emettevano sbatacchiando tra di loro. La posizione era sempre quella: volto paonazzo, occhi girati all’insù, le tozze mani strette intorno al poderoso collo nel disperato tentativo di sbloccare ciò che ne bloccava l’interno.
La procedura era la seguente: due schiavi tra i più energumeni lo trattenevano ognuno per una di quelle sue braccione spesse come il tronco di un pino, ma tenere come un cuscino di piume. Intanto al cospetto del suo ventre prominente si era formata una lunga fila di altri schiavi che, uno dietro l’altro, ci si accanivano a pugni affinché la spinta facesse emergere il frammento di rana che gli tappava l’esofago.
Quello che gliele suonava più sode era sempre Marcus, il suo fratello di latte, primogenito di Henrietta, un omone largo come un guardaroba, ricoperto di muscoli resi guizzanti dal duro lavoro.
A loro non dispiaceva, era una scusa come un’altra per sfogarsi di tutte le angherie che erano costretti a subire da lui. Dopo si sentivano tutti meglio ed erano pronti a riattaccare le solite sfacchinate, in più avevano salvato la vita del padrone, poiché immancabilmente Papa Emsworth, al terzo diretto di Marcus nella bocca dello stomaco, si liberava dell’ingombro con uno sputo a parabola che faceva depositare l’ossicino sulle assi del parquet, dopo aver brevemente ruotato su se stesso. Allora gli schiavi lo raccoglievano da terra, lo avvolgevano in un panno di lino e lo portavano fino alla cappelletta interna ai possedimenti, per farlo appendere alla parete di fondo dal Pastore Wills, accanto a tutti gli altri ossicini di rana estratti in precedenza, come tanti ex-voto messi in fila. «Gesù nell’alto dei cieli benedice il prezioso soccorso che avete fornito al vostro prossimo in difficoltà» ogni volta ripeteva loro il Pastore Wills e questo li faceva sentire più buoni, in fondo al loro cuore provato.
Ma ora, per tornare a noi o, meglio, a me e alla mia breve ma gloriosa carriera militare nell’esercito dell’Unione, me ne stavo appunto là, un pomeriggio di quelli, messo carponi sull’argine di un fosso, sotto un sole basso e cocente, per acchiappare quante più prede saltellanti possibile, quando l’occhio mi cadde su qualcosa di scuro, che galleggiava a pelo d’acqua, nascosto da un ciuffo di canne. Mi avvicinai: era uno stivale. A poca distanza ne intravidi il compagno.
Mi stavo già tuffando a recuperarli per vedere se il numero mi calzasse, quando mi accorsi che il paio di stivali non stava lì in acqua da solo, gettatoci dentro da chissà quale sprecone: gli stivali erano ancora attaccati al loro legittimo proprietario, che ora, scostando le canne, contemplavo fluttuare supino ancora vestito di tutto punto, la faccia cianotica, la bocca digrignata, gli occhi resi gelatinosi e opachi dalla prolungata immersione, lo stomaco rigonfio che spingeva contro la bottoniera della casacca blu. Poco più in là nuotava pigramente un chepì rivoltato, che doveva appartenergli. Era un nordista, un soldato semplice, poco più di un ragazzo lui pure, giunto sin da quelle parti col resto della truppa per una delle battaglie campali che si erano recentemente disputate non troppo distante da dove ci trovavamo, io e il cadavere a bagnomaria. Doveva essersi staccato dai commilitoni per andare in avanscoperta o semplicemente per svuotare la vescica, magari di notte. Aveva messo un piede in fallo e… pluf! Il fatto certo è che il povero bastardo non sapesse nuotare.
Quando la tenue corrente lo sospinse verso di me provai ad afferrarlo per una caviglia. Udii un debole croc! Tirai e mi accorsi che mi era rimasto in mano lo stivale destro con tutta la tibia attaccata, che ne spuntava macabra, contornata da brandelli di polpa bianchiccia. Dopo essere rimasta esposta all’azione meccanica dell’acqua, era bastato un niente per strappare via metà gamba dal resto del corpo…
Mi diedi da fare per recuperare il caduto. Lo spogliai dell’uniforme, la stesi al sole, con quella calura non ci volle poi molto perché asciugasse. Indossai la divisa, il cappello, le calzature: mi andava tutto benone. Io e il povero bastardo avevamo la stessa taglia, che del resto è quella più comune.
Avevo sentito dire che gli yankee ancora si aggiravano per le mie zone. Per quell’ora dovevano stare dalle parti di Tupelo, se avevo orecchiato giusto.
Erano troppe le miglia per farsele a piedi senza rischiare di arrivare sin là e rendersi poi conto che fossero già tutti spariti dietro l’orizzonte, perciò fregai la cavalla zoppa di Boozie Joe, mentre lui era dentro alla mescita a scolarsi la sua brava pinta di bruciabudella, e con quella galoppammo, o perlomeno claudicammo verso nord-est senza voltarci più indietro.
Era la voglia di cambiamento che mi spingeva. Il vasto stato del Mississippi mi si era fatto stretto come una scatola. Era l’avventura ciò di cui avevo bisogno, era la voglia di misurarmi con spazi e opportunità più grandi. Stesso discorso di quando a otto anni ero scappato col circo itinerante di Pennsylvania Quigley, che aveva accettato di prendermi al suo seguito per impiegarmi nel numero del “Ragazzo Canarino”, così rinominato un po’ per il colore della mia pelle e un po’ quella mia vocina bianca con cui gorgheggiavo Ol’ Man Riverappollaiato su di un trespolo sovradimensionato. Tutto questo subito prima che, in capo a una settimana, mia madre, in preda a una disperazione melodrammatica, mi ripescasse mentre facevamo tappa nella contea confinante…
Sempre stata una donna facilmente impressionabile lei. È proprio questa sua caratteristica ad avermi fatto uscire di questo colore.
Ero ancora dentro il suo grembo, non mancava ormai molto perché si ritrovasse stesa a gambe all’aria a spingermi fuori dal suo corpo, quando fu sorpresa da un pauroso ruggito, mentre era all’aperto a pascolare le pecore. Mia madre si era voltata di scatto: c’era un coguaro a leccarsi i lunghi baffi da un pendio poco distante, già pronto all’attacco, non si sa ai danni di chi per primo, se della pastorella o di qualche agnellino altrettanto indifeso.
Per fortuna un colpo di fucile sparato bene da qualche cacciatore di passaggio al momento giusto intercettò il grosso felino un attimo prima che spiccasse il balzo fatale. Questo non aveva evitato alla poverina un violento travaso di bile. Da lì allo sfogo itterico del feto che mi donò la tintarella permanente che mi ritrovo il passo fu breve.
O almeno è così che la raccontano…
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DETTAGLI
  • Tipologia: Stampato
  • Editore: Santi Editore
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 9788899531782
  • Dimensioni: 15cm x 21cm con copertina morbida
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